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Scenari di Innovazione
Innovazione
e processo
di sviluppo L’innovazione è una discontinuità
nella conoscenza (knowledge) e nel saper fare (know-how), che genera
nuovi prodotti e/o un sensibile aumento di produttività: a parità di
risorse si fanno più cose (sviluppo), o si fanno le stesse con meno
risorse (sostenibilità). Le
innovazioni non devono necessariamente consistere in una discontinuità
per il mercato in cui opera l'impresa; è infatti sufficiente che
siano discontinuità per l'impresa che li introduce. L'innovazione si genera in seguito a complesse interazioni a lungo termine tra molti soggetti operanti nell'ambito di un sistema di innovazione. Si tratta di un processo complesso che sviluppa in diversi modi, non è mai lineare ma a catena: da ogni nodo del ns. sistema scaturiscono input e feedback. Come conseguenza non bastano
dei semplici ricercatori in un laboratorio, sono necessari dei
professionisti (ricercatori, progettisti, impiantisti, commerciali,
ecc.) capaci di percepire, interpretare
e metabolizzare tutti i segnali, anche i più deboli. Inoltre,
è necessario anche il supporto di un efficace sistema ICT in grado di
condividere le informazioni e trasformarle in conoscenza. Fondamentale
è la capacità di riutilizzare elementi di conoscenza già esistenti
sia all’interno dell’impresa (microsistema) sia all’esterno (macrosistema).
Non basta essere bravi costruttori di macchine utensili, è necessario
saper individuare pezzi di conoscenza, presenti in altri nodi del
sistema, saperli riutilizzare e trovare nuove applicazioni innovative
(es.: strategia 3M circa nuovi prodotti, tecnologia aeronautica per
prima Vespa). In
ogni caso, non è da sottovalutare l'importanza della Ricerca &
Sviluppo (R&S).
L'intensità di R&S dei vari paesi e regioni dell'Unione Europea (UE) è molto diversa: si passa dall'1% circa del PIL o meno degli Stati Membri meridionali (es.: l’Italia), al 3,4% della Finlandia e al 3,8% della Svezia. La Finlandia è riuscita a conseguire un mix bilanciato in termini
di crescita della produttività (+2,8 per cento l’anno) e
dell’occupazione (+1 per cento), grazie ad un "business
environment" molto competitivo, uno Stato sociale solido ed un
sistema di istruzione capace di produrre lavoratori qualificati ed in
grado di cambiare lavoro se necessario. Le divergenze tra le regioni all'interno dei vari paesi non sono trascurabili: sono, pertanto, necessarie politiche differenziate ma coordinate tra loro per raggiungere nel 2010 l'obiettivo del 3% del PIL. Il Consiglio europeo di Barcellona ha invitato il settore privato
ad incrementare il livello di finanziamento, che dovrebbe passare dal
56% del 2000 a due terzi degli investimenti complessivi di R&S
entro il 2010, percentuale già raggiunta negli Stati Uniti e in
alcuni paesi europei.
In Italia il livello d’investimenti nella ricerca è inferiore alla media europea (1,11% contro il 2% circa dell’UE). Il Mezzogiorno è il fanalino di coda nella ricerca in Italia: nel Sud d’Italia si svolge circa l’8% dell’attività di ricerca totale, contro il quasi 76% del Nord ed il restante del Centro. E’ interessante notare come i privati investono in R&S più del pubblico solo in 3 regioni (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta), le uniche ad essere, almeno su uno dei due parametri (mix pubblico-privato), in linea con l’obiettivo dell’UE per il 2010. Le
grandi imprese (dipendenti > 249), che rappresentano in numero solo
lo 0,1% delle aziende italiane, contribuiscono per 83% agli
investimenti totali privati in R&S. In
Italia (2000) il mix della spesa per innovazione è all’incirca: 66%
spesa per macchinari a contenuto innovativo, acquisizione di know-how
dall’esterno, formazione e solo 34% spesa per ricerca e sviluppo
(R&S) formalizzata. In pratica, acquistiamo prevalentemente
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